Era una di quelle notti magiche, dove la luna brillava come un faro sulla città. Ricordo ancora il luccichio della fiala di cocaina sul tavolo, quei cristalli che promettevano paradisi artificiali. Proveniva dalla Colombia, un pacchetto di euforia pronto a spaccare ogni mio limite. Il mio cuore batteva forte, carico di aspettative. Non sapevo che stavo per iniziare un viaggio all’inferno. La prima volta fu quasi un rituale. La siringa si avvicinava alla mia pelle, l’ago penetrava con un dolore che faceva vibrare ogni fibra del mio essere. L’effetto? Un’esplosione di sensazioni, colori e suoni che danzavano intorno a me. Mi sentivo invincibile, viva come non mai. Ma nessuno ti avverte del prezzo da pagare.
Ricordo quella maledetta sera come fosse ieri. L’overdose arrivò come un fulmine a ciel sereno. Tremavo incontrollabilmente, la bava alla bocca, gli occhi che si ribaltavano. Il mondo si chiudeva su di me come una morsa. Per miracolo, mi ripresi prima dell’arrivo dell’ambulanza. Ma invece di imparare la lezione, sprofondai ancora più a fondo. L’eroina divenne il mio nuovo rifugio. Un abbraccio caldo che prometteva conforto, ma che in realtà era una prigione. Ogni iniezione era un tentativo disperato di anestetizzare il vuoto che sentivo dentro. La mia vita si ridusse a un ciclo infinito di dipendenza e disperazione. Spacciavo eroina per mantenere la mia dipendenza, intrappolata in un vortice di illegalità e autolesionismo. Tutti noi spacciatori, ci rifugiavamo nelle case abbandonate, intenti a preparare palline di droga, con gli occhi persi nel vuoto. Ricordo che prendevamo delle scatole di alluminio, le riempivamo di carta e ci versavamo sopra dell’alcol, cercando di accendere un piccolo fuoco. Il calore durava poco, giusto il tempo di illuderci che per un attimo, andasse tutto bene. Eravamo anime smarrite, in balia delle nostre dipendenze, che lottavano per sopravvivere un giorno in più, vendendo droga per un pasto caldo o un posto letto dove dormire, per ripararsi dal freddo invernale. Mentre il mondo esterno continuava a girare, ignaro delle nostre sofferenze. A differenza di molti, io avevo una casa, un luogo dove tornare, mentre molti dei miei compagni di sventura, come i migranti, non avevano alcun supporto. Vedevo i miei amici morire uno dopo l’altro, come foglie al vento, ma continuavo a inseguire quel demone. Ho visto amici trasformarsi in ombre, incapaci persino di trovare una vena dove bucarsi. Un tempo erano persone piene di vita, con sogni e speranze. La droga li aveva trasformati in gusci vuoti, zombie che vagavano senza meta. Poi arrivò il carcere.
Cinque anni di muri grigi e silenzi opprimenti. Pensavo fosse la mia salvezza, invece si trasformò in un nuovo incubo. Mi ritrovai imbottita di psicofarmaci e metadone, passando da una dipendenza all’altra, come se fossi in un vortice senza fine. I medici e gli infermieri, invece di tendermi una mano, si opponevano costantemente al ridimensionamento delle mie cure, mentre le occasioni di contatto con psichiatri e psicologi erano incredibilmente rare, li avevo visti solo una volta in quegli anni. In quel mondo grigio, per evitare problemi, venivo sedata e la mia voce, così come i miei bisogni, venivano sistematicamente ignorati, riducendomi a un numero in un sistema che calpestava la mia dignità. E in quel silenzio assordante, mi sentivo più sola che mai, come se la mia essenza fosse stata spenta, persa tra le ombre di un’esistenza che non riconoscevo più. Mi guardavo allo specchio e non riconoscevo più la persona che vedevo. Le cicatrici che portavo dentro erano più profonde di quelle sulla pelle. La mia rinascita non è stata immediata. È stato un processo lento e doloroso, fatto di cadute e risalite. Ho dovuto affrontare i miei demoni, guardare in faccia i traumi che per anni avevo cercato di soffocare con la droga. Ogni mattina era una nuova battaglia, ma dentro di me cresceva la determinazione di riprendere in mano la mia vita.
Oggi, mentre scrivo queste righe, sento il peso di ogni parola. La cocaina e l’eroina possono sembrare una via di fuga, ma sono solo trappole mortali. Ho perso anni della mia vita rincorrendo un’illusione, ho visto amici morire e famiglie distrutte. Ho visto il peggio dell’umanità in quegli anni. Mi torna spesso in mente un amico, più grande di me, di cui ho perso completamente le tracce quando sono entrata in carcere. Era malato di AIDS, e ancora oggi non so che fine abbia fatto. L’AIDS lo consumava giorno dopo giorno, eppure nei suoi occhi brillava sempre un sorriso mentre mi raccontava le sue storie di vita vissuta tra comunità e galera. Poi, come tanti altri, è svanito nel nulla. A volte mi chiedo se sia ancora vivo, se abbia trovato la sua pace da qualche parte, o se sia diventato l’ennesimo fantasma di questa storia maledetta. Il suo ricordo mi accompagna come un’ombra silenziosa, testimonianza vivente di come la droga possa trasformare una persona piena di vita in un ricordo sbiadito, in un nome sussurrato tra i sopravvissuti. Ma sono qui per testimoniare che si può uscire da questo inferno. Oggi vivo ogni giorno come un nuovo inizio, consapevole che la vera libertà non sta in una sostanza, ma nella forza di affrontare la vita per quello che è, con i suoi alti e bassi, le sue gioie e i suoi dolori. Questa sono io. Questa è la mia storia. Una storia di caduta e rinascita, di morte e resurrezione. Una storia che spero possa servire da monito e allo stesso tempo da faro di speranza per chi sta ancora combattendo la sua battaglia personale contro la dipendenza.
Secondo i dati più recenti, oltre il 28,9% della popolazione carceraria, corrispondente a 17.405 detenuti su un totale di 60.166, è costituita da individui classificati come tossicodipendenti. Questo fenomeno ha raggiunto livelli record nell’ultimo decennio e mezzo, evidenziando come la dipendenza da sostanze sia una delle principali cause di ingresso e permanenza nelle carceri del nostro Paese. Al 31 dicembre 2023, ben 12.946 detenuti erano in carcere esclusivamente per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti, ai sensi dell’articolo 73 del Testo Unico sulle Droghe. Inoltre, altri 6.575 detenuti erano ristretti per l’articolo 74, relativo all’associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, mentre solo 994 lo erano esclusivamente per questo reato. Sommando i detenuti per i reati di cui agli articoli 73 e 74, si arriva a un totale di 20.515 individui, pari al 34,1% della popolazione carceraria complessiva, una cifra che si avvicina quasi al doppio della media europea.